Fabricius Hildanus, Guilhelmus – Severinus, Marcus Aurelius
Opera quae extant omnia…
Con: De Efficaci Medicina Libri III
Francofurti ad Moenum, Sumptibus Ioan. Ludovici Dufour Genevensis; Typis Balthasaris Christophori Wustii, 1682.
Due opere in un unico massiccio volume, dimensioni: cm. 35 x 22. Pagine: (19), 1044, (20) – (16), 272, (20). Ciascuna opera ha il suo titolo inciso, alle pagine interne oltre 200 affascinanti xilografie nel testo . Legatura coeva in pieno marocchino con titoli e fregi dorati al dorso, presenti fermagli di chiusura.
La presente edizione del 1682 riunisce in un unico imponente volume l’intero corpus chirurgico di Wilhelm Fabry, latinizzato in Guilhelmus Fabricius Hildanus, insieme al trattato De Efficaci Medicina del napoletano Marco Aurelio Severino. Si tratta di una delle edizioni più mature e strutturalmente complete delle opere di Fabricius, pubblicata quasi mezzo secolo dopo la morte dell’autore, quando la sua autorità scientifica era ormai consolidata in tutta Europa.
L’opera di Fabricius occupa la parte principale del volume con oltre mille pagine di testo, cui si aggiungono ampi indici analitici. Seguono le tre libri del trattato di Severino, autonomamente titolati. Entrambe le opere presentano frontespizi propri e un apparato tipografico di notevole eleganza, testimone della qualità dell’officina francofortese attiva per l’editore ginevrino Dufour.
Wilhelm Fabry (1560–1634), universalmente considerato il padre della chirurgia scientifica tedesca, rappresenta una figura di transizione decisiva tra la chirurgia tardo-rinascimentale e la modernità operatoria. La sua importanza non risiede soltanto nell’ampiezza delle osservazioni cliniche raccolte, ma soprattutto nel metodo. Fabricius documenta i casi con rigore quasi proto-scientifico, descrive le complicanze, analizza i fallimenti e propone soluzioni tecniche fondate sull’esperienza diretta. Le sue osservazioni spaziano dalla traumatologia alle ferite da arma da fuoco, dalle amputazioni alla litotomia, dalle infezioni profonde alle patologie tumorali, includendo considerazioni su epidemie e malattie interne.
Uno degli aspetti più moderni e affascinanti dell’opera è la concezione dello strumento chirurgico come elemento centrale dell’atto operatorio. Fabricius non fu soltanto clinico, ma autentico progettista di attrezzature mediche. In un’epoca priva di sistema brevettuale formalizzato, egli descrive e raffigura strumenti da lui ideati o perfezionati, dimostrando una mentalità che potremmo definire proto-ingegneristica. Le xilografie nel testo – oltre duecento – documentano pinze con curvature specifiche per cavità profonde, divaricatori migliorati, ferri cauterizzanti differenziati per forma e funzione, strumenti per l’estrazione di calcoli urinari, dispositivi per la trapanazione cranica e metodi di compressione emostatica.
Particolarmente significativa è la sezione intitolata Pyrotechnia Chirurgica, nella quale Fabricius sistematizza l’uso terapeutico del calore. Egli classifica i ferri roventi in base alla forma, alla superficie di contatto e all’intensità dell’azione, codificando in maniera metodica una pratica fino ad allora largamente empirica. In questa razionalizzazione dello strumento e della procedura si coglie una delle matrici della futura chirurgia moderna.
L’edizione del 1682 si distingue dalle prime raccolte postume del 1646–1647 per una più coerente organizzazione del materiale, per un apparato indicistico ampliato e per una maggiore valorizzazione dell’apparato illustrativo. L’inclusione del trattato di Marco Aurelio Severino non è un’aggiunta marginale, ma un significativo ampliamento tematico che affianca alla scuola germanica quella napoletana. Severino, professore di anatomia e chirurgia presso la Regia Scuola Napoletana, sviluppa nel De Efficaci Medicina una concezione della terapia radicale fondata sull’uso combinato di ferro e fuoco, sostenendo un approccio pragmatico che integra autorità classica ed esperienza clinica. L’accostamento dei due autori trasforma il volume in un vero compendio europeo della chirurgia barocca.
L’apparato iconografico è di grande impatto. Il frontespizio inciso presenta una costruzione architettonica allegorica con figure della tradizione medica, mentre all’interno si susseguono immagini di strumenti, scene operatorie, anatomie e tavole simboliche. Le illustrazioni non hanno funzione decorativa, ma didattica e documentaria, e costituiscono uno dei repertori più importanti della chirurgia del XVII secolo.
L’esemplare si presenta in legatura coeva in pieno marocchino bruno, con dorso a nervi riccamente decorato in oro e titolo impresso. Sono presenti fermagli metallici originali a conchiglia, elemento non frequente e di grande interesse collezionistico per un folio di tali dimensioni. La struttura è solida, la carta fresca e consistente, con minime fioriture sparse e margini ampi.
Al contropiatto anteriore è incollato un ex-libris araldico con motto “Deus arx mea”, riconducibile alla famiglia Malan de Merindol, probabilmente collegato alla collezione privata di Magnus André De Merindol Malan (1930–2011), figura politica sudafricana del XX secolo. Tale provenienza aggiunge un ulteriore livello documentario all’esemplare.
Nel panorama del collezionismo medico-scientifico, questo volume rappresenta un’opera cardine per la storia della chirurgia europea, per l’evoluzione dello strumentario medico e per l’iconografia anatomica barocca. L’integrità delle due opere, la presenza dei fermagli originali e la qualità della legatura lo collocano in una fascia alta del mercato antiquario specialistico.


































