INVESTI in Arte, Cultura e Bellezza -> Sconto 18%
, , ,

Gabriele D’Annunzio – Per l’Italia degli italiani – Milano, Per la “Bottega di Poesia”, 1923

150,00  123,00 

Opera di altissimo valore storico e letterario, che mostra il D’Annunzio oratore e moralista civile negli anni immediatamente precedenti il suo ritiro definitivo al Vittoriale. Edizione “La Bottega di Poesia” importante officina culturale milanese, attiva soprattutto negli anni Dieci e Venti del Novecento sotto la guida di Libero Altomare e Pietro Jahier.

Disponibilità: 1 disponibili

- +

Gabriele D’Annunzio

Per l’Italia degli italiani 
Milano, Per la “Bottega di Poesia”, 1923

Descrizione bibliografica:
Volume in formato cm 24,5 x 17,5; pp. 427, (3). Antiporta con emblema “Fatica senza fatica”. Testo corredato da frontespizio tipografico, indice e apparato di capitoli ordinati in sezioni (“Haec est Italia diis sacra”, “Comento meditato”, “Messaggio del convalescente”, ecc.).

Legatura:
Cartonato editoriale coevo, in perfetto stile Bottega di Poesia, con tassello rosso al dorso e titoli in oro. Conservazione molto buona/ottima, carte uniformi, volume solido e genuino.

Contenuto:
Raccolta fondamentale di prose civili e interventi pubblici di Gabriele D’Annunzio, centrati sul tema dell’identità nazionale nel biennio critico del primo dopoguerra. Il volume comprende:

  • il celebre discorso pronunciato dal poeta a Milano, dalla ringhiera di Palazzo Marino, nella notte del 3 agosto 1922;
  • il Comento meditato, steso successivamente e pubblicato qui per la prima volta;
  • il Messaggio del convalescente agli uomini di pena;
  • tre preghiere dinanzi agli altari disfatti;
  • sette documenti d’amore.

È un’opera di altissimo valore storico e letterario, che mostra il D’Annunzio oratore e moralista civile negli anni immediatamente precedenti il suo ritiro definitivo al Vittoriale.

Nota di contestualizzazione editoriale — La “Bottega di Poesia”

La Bottega di Poesia fu un’importante officina culturale milanese, attiva soprattutto negli anni Dieci e Venti del Novecento sotto la guida di Libero Altomare e Pietro Jahier. La sua produzione tipografica si distingue per l’estetica sobria e raffinata: carte scelte, composizione accurata, formati ampi e grande attenzione all’impaginazione. Sotto questa sigla uscirono opere di D’Annunzio, Ungaretti, Rebora, Jahier, Panzini e altri autori della modernità letteraria italiana. L’edizione del 1923 di Per l’Italia degli italiani appartiene al periodo più alto della Bottega, quando essa si proponeva come laboratorio poetico–civile e come luogo di trasformazione della parola in gesto etico.

Nota critica sull’importanza del discorso del 3 agosto 1922

Il discorso pronunciato da Gabriele D’Annunzio la notte del 3 agosto 1922 dalla ringhiera di Palazzo Marino rappresenta uno dei momenti più complessi e significativi della sua oratoria civile nel primo dopoguerra. L’intervento avviene in una Milano attraversata da tensioni sociali, scioperi, conflitti politici e da un clima di instabilità che anticipa il crollo dello Stato liberale. Proprio in questo contesto, il poeta si presenta come figura “super partes”, chiamata — o auto–chiamata — a svolgere una funzione moderatrice e carismatica. Il tono non è quello incendiario del D’Annunzio fiumano, bensì quello più grave, visionario e insieme pacificatore del “vate convalescente”, capace di invocare la concordia degli spiriti e la ricomposizione dell’unità morale della nazione.

Il discorso è importante su tre piani: storico, perché interviene a poche settimane dalla crisi dell’estate 1922 e dal collasso definitivo dell’ordine liberale; retorico, perché inaugura una nuova fase dell’oratoria dannunziana, basata su immagini sacrali dell’Italia come corpo sofferente da guarire; ideologico, perché anticipa temi che saranno centrali nell’ultimo D’Annunzio: l’appello alla disciplina interiore, l’intransigenza etica, la rigenerazione spirituale come unica via per la salvezza nazionale. La successiva stesura del Comento — pubblicata per la prima volta proprio in questo volume — mostra quanto quell’intervento avesse per il poeta valore di manifesto, più meditato che contingente.

Il 3 agosto 1922 segna così il passaggio dall’eroismo politico di Fiume alla “liturgia civile” del Vittoriale: un D’Annunzio che parla ancora alla folla, ma come profeta disarmato, depositario di una visione morale più che di un programma politico. Un discorso-soglia, dunque, che sintetizza la sua ultima ideologia nazionale prima del definitivo ritiro.

Nota sul motto e sull’emblema “FATICA SENZA FATICA”

Il motto “Fatica senza fatica”, già impiegato da D’Annunzio in altre occasioni, è una antica espressione toscana dei Comuni, qui reinterpretata come simbolo della trasfigurazione spirituale del lavoro umano. L’emblema riprodotto – una lampada ardente al centro dello scudo – allude all’operosità sacrale, alla fatica come atto creativo, non gravoso ma elevante. Nel testo introduttivo D’Annunzio presenta quest’immagine come votiva, dedicata a una forza misteriosa del popolo in ascesa, quasi un genio collettivo che trasforma il dolore in energia morale.

Il motto, dunque, non va letto in senso paradossale, ma come ideale estetico e civile: la fatica resa luminosa dallo spirito.

Torna in alto