Nicodemo Lermil
Istoria di Stefano Spadolini e compagni assassini
Todi, [Tipografia locale], 1812. Con permesso.
Descrizione fisica
Opuscoletto in-16 (cm 14,5 × 8), pp. 12, stampato su carta rustica d’uso, non rifilata, con caratteri nitidi e composizione semplice. Frontespizio con piccolo fregio xilografico floreale. Stato di conservazione complessivamente buono per la tipologia: fisiologici segni del tempo, minime mancanze ai margini e lieve brunitura.
Contenuto
Poemetto moraleggiante in versi sciolti e rimati che racconta le imprese criminali del brigante Stefano Spadolini e della sua banda attiva nelle zone boschive tra Baccano e la via per Roma. Le scene includono agguati, travestimenti, assalti ai viandanti, cattura del protagonista, trasferimento a Roma e condanna finale, enfatizzata come monito pubblico.
Contesto storico e cronaca criminale
Il nome di Stefano Spadolini si lega al fenomeno di brigantaggio locale che, tra fine Settecento e primo Ottocento, caratterizzò l’Umbria, il Lazio e la Sabina. Le zone rurali, segnate da boschi fitti e vie isolate, erano terreno favorevole a bande di malviventi che sfruttavano la scarsità di pattugliamenti e l’inefficienza di una giustizia lenta. Il poemetto segue una struttura tipica: un’apertura invocativa alla Musa, la descrizione del territorio pericoloso, il catalogo degli assalti e il finale edificante, dove la punizione restituisce ordine alla comunità.
La figura storica di Stefano Spadolini
Stefano Spadolini, attivo tra fine Settecento e primi decenni dell’Ottocento, appartiene a quel fenomeno tipico dell’Italia centro-appenninica rappresentato dalle bande rurali di frontiera, composte da ex soldati, sbandati, piccoli delinquenti e contadini in fuga dalle autorità. La sua banda operava tra Todi, Baccano, il viterbese e la via Cassia, sfruttando boschi fitti, locande isolate e vie secondarie. Sebbene la sua figura sia oggi poco documentata dalle fonti ufficiali, le cronache locali lo ricordano come un capo audace, capace di travestimenti e agguati anche in zone frequentate. Il libretto lo trasforma in un personaggio quasi “epico” della delinquenza campestre, confermando come la sua vicenda fosse già all’epoca divenuta racconto popolare.
Bande rurali e criminalità nel Lazio in età napoleonica
Tra 1798 e 1815 l’Italia centrale fu attraversata da un intenso fenomeno di brigantaggio e predazione rurale, alimentato dall’instabilità politica, dalla coscrizione obbligatoria napoleonica, dalle tensioni sociali e dal controllo imperfetto del territorio. Nel Lazio pontificio, e nelle aree di confine con Umbria e Toscana, si formarono gruppi mobili che sfruttavano osterie, boschi e vie pubbliche per rapine ai viandanti: un contesto in cui figure come lo Spadolini trovavano terreno fertile. Le autorità pontificie alternavano repressioni severe a campagne di pacificazione, ma la diffusione di libretti popolari – come quello dedicato a Spadolini – mostra come tali bande avessero ormai un posto stabile nell’immaginario collettivo, diventando oggetto di narrazioni moralizzanti, canti e fogli volanti diffusi nelle fiere e nei mercati rurali.
I libretti di delitti nell’editoria popolare preunitaria
L’opera appartiene al genere dei libretti di delitti, piccoli fogli o opuscoli stampati con mezzi minimi, destinati a un pubblico popolare. Essi univano finalità moralizzante e gusto del sensazionale, raccontando omicidi, furti, processi e condanne con tono teatrale. La struttura in versi facilitava la lettura pubblica da parte dei cantastorie nelle fiere e nei mercati. La composizione tipografica è povera, ma lo scopo era colpire rapidamente l’immaginazione del pubblico, diffondere la notizia e “insegnare” attraverso la punizione del reo. La sopravvivenza materiale di tali stampati è oggi eccezionalmente ridotta.
Nota sullo stampatore tuderte (Todi, 1812)
La stampa dell’opuscolo è riconducibile a una delle piccole tipografie attive a Todi nei primi anni dell’Ottocento, officine che operavano sotto stretto controllo censoreo e i cui prodotti erano quasi sempre destinati alla circolazione locale. In questo periodo Todi non disponeva di una tipografia stabile di grande portata: si trattava per lo più di laboratori tipografici familiari, specializzati in modulistica amministrativa, avvisi, bandi, almanacchi e soprattutto opuscoli edificanti o moralistici, spesso collegati a fatti di cronaca nera che circolavano nelle fiere e nei mercati umbri. La formula “Con permesso” sul frontespizio testimonia l’obbligo di sottomettere anche stampe minori al controllo delle autorità ecclesiastiche o civili, condizione che rende ancora più preziosa ogni sopravvivenza materiale. Le tirature erano limitate e l’uso di carta ruvida, non vergellata, di produzione locale conferma la natura povera di queste edizioni, il cui tasso di dispersione è oggi altissimo.
Rarità collezionistica e interesse odierno
Gli opuscoli criminali anteriori al 1830 sono estremamente rari: prodotti in tirature minime, destinati alla lettura popolare e stampati su carta povera, furono quasi interamente dispersi. Gli esemplari umbri e laziali risultano particolarmente ricercati, perché documentano episodi di criminalità rurale in territori dove la tradizione del brigantaggio ha lasciato poche testimonianze scritte. Sul mercato antiquario, un opuscolo completo, integro e con indicazione censoriale, come nel presente caso, rappresenta un documento di primaria importanza per gli studi di storia sociale, microstoria criminale e tradizione tipografica minore.

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