Sant’Uberto e il cervo miracoloso edito da Henri Bonnart, circa 1680–1700
Anonimo incisore francese, edito da Henri Bonnart, Saint Hubert, Parigi, rue Saint-Jacques, all’insegna del Coq, circa 1680–1700; incisione su rame a bulino e acquaforte con coloritura coeva e lumeggiature dorate; foglio mm 325 × 235. Esemplare completo dell’impronta, del titolo, dell’indirizzo editoriale e dell’ampia iscrizione biografica, con ottima marginatura.
Identificazione dell’opera
La stampa raffigura il momento più celebre della leggenda di sant’Uberto di Liegi: durante una battuta di caccia, il giovane aristocratico vede apparire fra le corna di un grande cervo un crocifisso luminoso. Sconvolto dalla visione, scende da cavallo, abbandona le armi e si inginocchia in preghiera.
La scena è identificata senza ambiguità dal titolo:
St. Hubert.
Il protagonista indossa ancora un ricco abito di corte rosso, ornato da motivi floreali, accompagnato da un ampio mantello azzurro. La spada, simbolo della sua condizione nobiliare, rimane al fianco; la lancia da caccia è invece deposta a terra, indicando l’interruzione dell’inseguimento e l’inizio della conversione.
Alle sue spalle compaiono il cavallo e due cani da caccia. Di fronte, entro una zona boscosa, il cervo porta fra i palchi Cristo crocifisso, circondato da una gloria di raggi dorati.
L’indirizzo di Henri Bonnart
Sul margine inferiore della composizione si legge:
Chez H. Bonnart rue St. Jacques, au Coq.
L’indicazione riconduce il foglio alla bottega parigina di Henri Bonnart, esponente della celebre famiglia di incisori, stampatori e mercanti di stampe attiva nella rue Saint-Jacques fra il XVII e il principio del XVIII secolo.
Henri Bonnart operò all’insegna del Coq, mentre altri membri della famiglia utilizzarono differenti insegne commerciali, fra le quali l’Aigle. La precisa indicazione della bottega permette di distinguere le rispettive produzioni e costituisce un importante elemento di datazione.
I Bonnart divennero particolarmente celebri per le eleganti immagini di moda e costume conosciute come bonnarts, ma le loro botteghe pubblicarono anche ritratti, allegorie e numerose figure religiose accompagnate da testi biografici.
La forma dell’indirizzo, lo stile dell’incisione e l’impianto grafico permettono di confermare una datazione all’ultimo quarto del XVII secolo, verosimilmente circa 1680–1700.
Henri Bonnart deve essere indicato soprattutto come editore. In assenza di una firma specifica all’interno della matrice non è possibile affermare con sicurezza che sia stato anche l’autore materiale dell’incisione.
Trascrizione dell’iscrizione
Al piede del foglio compare un’estesa nota biografica in francese:
Fils de Bertrand Duc d’Aquitaine, pour éviter les cruautés d’Ebroïn, se transporta en Lorraine encore payen; étant à la chasse d’un Cerf, notre Seigneur s’apparut à luy au milieu des cornes du Cerf; il l’envoya à St. Lambert Évêque de Liège, qui l’instruisit et le baptisa; il fut à Rome par dévotion; le Pape Sergius ayant appris la mort de St. Lambert, l’ordonna son successeur; il s’adonna à toutes sortes de piétés, il convertit les Idolâtres, les baptisa, et fit bâtir plusieurs Églises; il rendit l’âme à Dieu le 3e Novembre, l’an 727; son corps repose en Ardenne, maintenant appelé Saint Hubert.
In traduzione:
“Figlio di Bertrando, duca d’Aquitania, per sottrarsi alle crudeltà di Ebroino si trasferì in Lorena, ancora pagano. Mentre era impegnato nella caccia a un cervo, Nostro Signore gli apparve fra le corna dell’animale e lo indirizzò a san Lamberto, vescovo di Liegi, che lo istruì e lo battezzò. Recatosi a Roma per devozione, quando papa Sergio apprese della morte di san Lamberto lo consacrò suo successore. Si dedicò a ogni forma di pietà, convertì e battezzò gli idolatri e fece edificare numerose chiese. Restituì l’anima a Dio il 3 novembre 727; il suo corpo riposa nelle Ardenne, nel luogo oggi chiamato Saint-Hubert”.
Il testo riunisce biografia storica, tradizione agiografica e leggenda venatoria, offrendo al possessore una narrazione completa della vita del santo.
Sant’Uberto fra storia e leggenda
Uberto nacque probabilmente intorno alla metà del VII secolo. Le notizie sulla sua giovinezza sono incerte e le origini aquitane ricordate dalla didascalia appartengono soprattutto alla tradizione agiografica.
Fu discepolo di san Lamberto, vescovo di Maastricht, e gli succedette dopo il martirio, avvenuto intorno al 705. Uberto trasferì il centro episcopale a Liegi, favorendo lo sviluppo religioso e urbano della città.
La sua attività si svolse prevalentemente nelle regioni della Mosa, del Brabante e delle Ardenne. La tradizione gli attribuisce un’intensa opera di evangelizzazione, la costruzione di chiese e la lotta contro la sopravvivenza dei culti pagani.
Morì il 30 maggio 727, probabilmente a Tervuren, e fu sepolto a Liegi. Il 3 novembre, data ricordata dall’incisione come giorno della morte, corrisponde invece alla celebrazione liturgica e alla tradizionale traslazione delle reliquie. Nell’825 il corpo venne trasferito nell’abbazia di Andage, nelle Ardenne, località che assunse successivamente il nome di Saint-Hubert.
La biografia incisa riflette dunque le conoscenze e le tradizioni diffuse nel Seicento, senza distinguere rigidamente fra documentazione storica e racconto agiografico.
La visione del cervo
Secondo la leggenda, Uberto era un giovane nobile dedito alla vita mondana e alla caccia. Durante una battuta compiuta in un giorno festivo — spesso identificato con il Venerdì Santo — inseguì un magnifico cervo che improvvisamente si fermò.
Fra i palchi dell’animale apparve un crocifisso splendente e una voce divina ammonì il cacciatore, invitandolo ad abbandonare la propria condotta e a rivolgersi al vescovo Lamberto.
Nella stampa il cervo non fugge né mostra paura. È immobile davanti al santo, trasformato da preda in messaggero soprannaturale. Il corpo dell’animale costituisce la base terrena della visione, mentre i grandi palchi incorniciano il Crocifisso come una sorta di ostensorio naturale.
I raggi dorati che circondano Cristo permettono di distinguere chiaramente l’apparizione dal paesaggio circostante. La manifestazione divina non avviene in una chiesa, ma nel cuore della foresta: è la natura stessa a interrompere la violenza della caccia e a ricondurre l’uomo alla fede.
Sant’Uberto e sant’Eustachio
L’episodio del cervo con il crocifisso apparteneva originariamente alla leggenda di sant’Eustachio, martire cristiano dell’antichità. Solo durante il Medioevo la visione venne progressivamente trasferita nella biografia di sant’Uberto.
Le due iconografie risultano quindi molto simili. In assenza di iscrizioni, un cavaliere inginocchiato davanti a un cervo con il Crocifisso può essere identificato tanto con Eustachio quanto con Uberto.
Nel presente foglio il titolo e la biografia eliminano ogni incertezza. La presenza di cavallo, cani, spada e lancia enfatizza inoltre la trasformazione di Uberto da aristocratico cacciatore a vescovo ed evangelizzatore delle Ardenne.
Questa sovrapposizione non diminuisce l’interesse dell’opera: documenta, al contrario, il modo in cui motivi iconografici antichi venivano trasferiti e adattati ai culti regionali più sentiti.
La conversione espressa attraverso gli oggetti
L’incisione racconta la conversione anche attraverso la disposizione degli oggetti. La spada rimane legata alla veste, come memoria della condizione nobiliare; la lunga lancia è invece abbandonata orizzontalmente sul terreno.
La lancia deposta segna una cesura netta: la battuta è terminata e l’arma non può più colpire il cervo. Le mani del santo, prima destinate a trattenere le redini o l’arma, sono ora congiunte in preghiera.
Il cavallo abbassa docilmente il capo, mentre i cani si arrestano. Tutto il seguito venatorio sembra partecipare alla sospensione miracolosa dell’azione.
L’aureola raggiata attorno al capo di Uberto anticipa la sua futura santità. Dal punto di vista narrativo il personaggio non sarebbe ancora santo nel momento della conversione; l’aureola permette però allo spettatore di riconoscerlo immediatamente come protagonista di una vicenda sacra.
Il paesaggio delle Ardenne
La scena è ambientata in un bosco fitto, dominato da grandi tronchi e masse di fogliame. Sullo sfondo si apre una veduta montuosa, costruita secondo una concezione ideale più che topograficamente fedele.
Il paesaggio non costituisce un semplice ornamento. La foresta è il luogo della caccia, ma anche uno spazio di solitudine nel quale il santo può ricevere la rivelazione. Le Ardenne vengono così presentate come territorio selvaggio che l’azione evangelizzatrice di Uberto trasformerà in paesaggio cristiano.
Il grande albero centrale divide e collega i due protagonisti: a sinistra il cervo con la visione, a destra il cacciatore inginocchiato. La verticalità del tronco conduce inoltre lo sguardo verso il Crocifisso e rafforza la struttura ascensionale della composizione.
Protettore dei cacciatori e contro la rabbia
Sant’Uberto divenne il principale patrono dei cacciatori, dei forestali, dei guardiacaccia e dei cani da caccia. Il suo culto fu particolarmente intenso nelle Ardenne, in Belgio, Francia, Germania e nelle regioni alpine.
La protezione non riguardava soltanto il buon esito della caccia: il santo ricordava anche il dovere di rispettare i tempi, le regole e l’equilibrio della natura. La sua conversione trasformava simbolicamente la caccia da esercizio di violenza e superbia in attività sottoposta a un ordine morale.
Uberto veniva inoltre invocato contro la rabbia e i morsi dei cani. Presso il santuario delle Ardenne si praticavano particolari riti terapeutici e si utilizzavano oggetti benedetti, fra i quali le cosiddette chiavi di sant’Uberto. Anche gli animali potevano ricevere una speciale benedizione nel giorno della sua festa.
Questa diffusione cultuale spiega la fortuna commerciale delle stampe dedicate al santo, destinate tanto alla devozione domestica quanto a cacciatori, confraternite, locande e dimore rurali.
Tecnica incisoria
L’opera è realizzata su rame mediante bulino e acquaforte. Il bulino definisce con regolarità i volti, le mani, gli animali e le pieghe dell’abito; l’acquaforte sembra intervenire soprattutto negli alberi, nel terreno e nelle parti più libere del paesaggio.
La costruzione del cervo e del cavallo mostra una buona conoscenza del repertorio animalistico, anche se le proporzioni rispondono più all’efficacia narrativa che all’osservazione naturalistica. Il volto di Uberto è modellato mediante sottili tratteggi curvilinei e conserva un’espressione composta, sospesa fra meraviglia e raccoglimento.
La decorazione della veste, ottenuta con piccoli motivi ripetuti, distingue il protagonista come appartenente a una condizione aristocratica. La fitta trama del bosco crea invece una quinta scura dalla quale emerge la luminosità soprannaturale del Crocifisso.
La coloritura coeva e le dorature
La coloritura manuale impiega un rosso intenso per la tunica, azzurro per il mantello e il cielo, verde-blu per la vegetazione e tonalità rosa-brune per il cervo, il cavallo e il paesaggio lontano.
Le dorature sottolineano la cornice, l’aureola di Uberto, la gloria del Crocifisso e alcuni dettagli dell’abbigliamento. La distribuzione dell’oro non è soltanto decorativa: costruisce una precisa gerarchia luminosa che collega Cristo al santo convertito.
Il rosso e l’azzurro distinguono nettamente la figura umana dalle tonalità prevalentemente verdi e brune della foresta. Uberto appare così già trasformato in immagine sacra, pur conservando gli strumenti e gli abiti del cacciatore.
La stesura lascia ampiamente leggibile il lavoro inciso e appare, sulla base delle fotografie, coerente con una coloritura antica e verosimilmente coeva. La continuità fra pigmenti, carta e dorature sostiene questa lettura, fermo restando che soltanto un esame diretto può escludere con assoluta certezza eventuali minime riprese successive.
Stato dell’opera
Il foglio è completo della parte figurata, della cornice, dell’indirizzo di Henri Bonnart, del titolo e dell’intera iscrizione biografica. L’impronta appare piena e ben leggibile; la marginatura è ampia e regolare.
La carta presenta la naturale tonalità antica, leggere ondulazioni e minime irregolarità marginali. Sul margine sinistro si osservano piccoli forellini e minute discontinuità, probabilmente riconducibili a un’antica conservazione in album, cartella o legatura; tali tracce restano esterne alla figurazione.
Sono presenti modesti punti di ossidazione e lievissime abrasioni superficiali, senza perdite sostanziali. Il testo è completo, i dettagli incisi rimangono nitidi e la coloritura conserva una notevole vivacità. Le lumeggiature dorate sono ancora chiaramente visibili.
Lo stato può pertanto essere definito molto buono, completo e di forte resa decorativa, con impronta piena e ottima marginatura. Le minime tracce marginali appartengono alla storia conservativa del foglio e non compromettono la qualità dell’immagine.
Perché è interessante oggi
L’incisione riunisce devozione, storia della caccia, iconografia animale e cultura figurativa della Francia di Luigi XIV. La visione del cervo rimane una delle immagini più riconoscibili della tradizione venatoria europea e possiede un’immediatezza narrativa ancora intatta.
L’opera interessa non soltanto il collezionista di stampe religiose, ma anche chi raccoglie soggetti dedicati alla caccia, ai cavalli, ai cani, alla storia delle Ardenne e alle botteghe editoriali parigine del Seicento.
Perché è un acquisto consapevole
Il soggetto è identificato direttamente dal titolo e dall’ampia biografia, mentre l’indirizzo editoriale permette di collocare il foglio nella produzione di Henri Bonnart. La datazione all’ultimo quarto del Seicento è coerente con la tecnica, lo stile e l’attività della bottega.
L’incisore resta prudentemente anonimo, ma il valore dell’esemplare è sostenuto dalle grandi dimensioni, dall’impronta completa, dalla coloritura coeva, dalle dorature, dall’ottima marginatura e dalla forte attrattiva del soggetto venatorio.










