Perotti, Niccolò [Nicolaus Perottus] (Fano, 1429 – Sassoferrato, 1480)
Cornucopiae linguae latinae, a cura di Pirro Perotti, revisione di c
Venetiis, per Bernardinum de Choris de Cremona & Simonem de Luere, 30 maggio 1490.
In-folio, cm 31,5 × 21,5. Carte: bianca, (15), 301, bianca, con preliminari, testo e ampio apparato d’indici; carattere romano con presenza di greco, spazi per iniziali con lettere guida.
Seconda edizione assoluta, successiva di appena un anno alla princeps veneziana del 1489; ISTC ip00289000, Goff P-289, Hain *12699, BMC V 464, IGI 7420, GW M31086. L’identificazione dell’edizione, dei curatori e della data è confermata anche dai cataloghi incunabolistici moderni. Esemplare in genuina legatura coeva in mezza pelle bruna su assi lignee, dorso a tre nervi con fregi geometrici impressi a secco e tracce dell’antico sistema di fermagli. Alla carta bianca finale grande disegno devozionale a penna raffigurante la Croce della Passione con cartiglio I.N.R.I. e ulteriori elementi simbolici. Ampia marginatura e forte carattere di esemplare d’uso quattrocentesco.
L’edizione
La stampa del 30 maggio 1490 è la seconda edizione del Cornucopiae e segue molto da vicino la princeps veneziana di Paganino de’ Paganini del 14 maggio 1489. La bibliografia internazionale la distingue nettamente dalla successiva edizione di Battista de Tortis dell’ottobre 1490.
Il rapidissimo succedersi delle edizioni testimonia la fortuna immediata di un testo che divenne uno degli strumenti fondamentali della filologia umanistica europea. Nato formalmente come commento a Marziale, il Cornucopiae si trasforma pagina dopo pagina in una vastissima enciclopedia della lingua latina: lessico, grammatica, antiquaria, mitologia, storia, diritto, usi e costumi del mondo antico vengono ricondotti entro una struttura consultabile e continuamente interconnessa.
L’opera e il suo ambiente umanistico
Perotti appartiene alla grande stagione della riscoperta filologica quattrocentesca. Il testo fu pubblicato postumo grazie al nipote Pirro Perotti e sottoposto alla revisione di Lodovico Odasio, umanista padovano legato alla corte di Urbino; la stessa edizione del 1490 registra tali responsabilità editoriali.
Il rapporto con Urbino emerge anche dal paratesto, nel quale Odasio si rivolge a Guidobaldo da Montefeltro. L’opera deve quindi essere letta non soltanto come un dizionario latino, ma come espressione di quel progetto culturale umanistico che mirava a recuperare il patrimonio classico attraverso il confronto diretto con le fonti.
Tipografia e struttura
La stampa congiunta di Bernardino de Choris da Cremona e Simone da Lovere appartiene alla migliore produzione veneziana di fine Quattrocento. Il colophon reca chiaramente la data del 30 maggio 1490. Il testo è fitto, su ampia pagina in-folio, con lemmi, rinvii marginali, caratteri greci e iniziali predisposte per rubricazione o decorazione.
Particolarmente importante è l’apparato degli indici, concepito per rendere effettivamente utilizzabile una massa enorme di informazione. La moderna storiografia del commentario umanistico ha evidenziato proprio il ruolo di simili strumenti nella trasformazione di opere erudite come il Cornucopiae in veri libri di consultazione.
La legatura coeva
La veste materiale costituisce uno dei punti di forza dell’esemplare. La mezza pelle su assi di legno, con tre nervi e piccoli ferri geometrici impressi a secco, appartiene ancora pienamente alla tradizione libraria quattrocentesca. Sono visibili le tracce dell’antico sistema di chiusura, elemento particolarmente significativo perché conserva la struttura originaria del volume.
Non si tratta quindi semplicemente di un incunabolo inserito in una buona legatura antica, ma di un libro che conserva ancora una parte sostanziale della propria identità materiale originaria.
La carta finale: Croce, INRI e memoria devozionale
La carta bianca finale assume ora un’importanza decisamente maggiore. Il grande disegno a penna presenta al centro una struttura cruciforme, sormontata da un cartiglio nero sul quale si leggono chiaramente le lettere I.N.R.I., il titulus crucis tradizionalmente posto sopra la testa di Cristo.
Attorno all’asse della Croce compaiono forme a goccia o fiammella, elementi vegetali e diversi piccoli oggetti e strumenti. La composizione può essere ricondotta alla cultura figurativa degli Arma Christi, il repertorio devozionale degli strumenti e dei simboli della Passione, nel quale la Croce con INRI costituisce il centro visivo mentre oggetti e segni secondari richiamano episodi e strumenti del supplizio. Raffigurazioni tardo-medievali e rinascimentali degli Arma Christi riuniscono appunto Croce, titulus e strumenti della Passione in composizioni destinate alla meditazione individuale.
La pagina non appare quindi come un semplice spazio utilizzato per prove di penna: è una testimonianza di appropriazione devozionale del libro, probabilmente appartenente a una fase antica della sua storia. Non essendo presente una data o un’attribuzione, la mano non può essere identificata con certezza; iconograficamente, tuttavia, la natura cristologica del soggetto è ormai evidente.
Questa presenza è particolarmente affascinante perché un’opera eminentemente filologica e umanistica viene trasformata dal suo antico possessore anche in oggetto personale, sul quale lascia una traccia religiosa non prevista dall’editore.
Perché è interessante oggi
Il Cornucopiae permette di osservare dall’interno il metodo dell’Umanesimo: recuperare l’antichità parola per parola, confrontando testi, autori e tradizioni. Questo esemplare aggiunge a tale dimensione intellettuale una seconda storia, quella del lettore antico che interviene fisicamente sul volume e lascia sulla carta finale una grande immagine della Croce. Il libro diviene così simultaneamente testo, strumento di studio e documento della cultura materiale e religiosa del primo Rinascimento.
Perché è un acquisto consapevole
Il valore della copia nasce dalla combinazione di elementi difficilmente replicabile: seconda edizione assoluta del 1490, grande formato, importante testo umanistico, legatura coeva su assi lignee, resti degli originari fermagli e una significativa testimonianza figurativa manoscritta di carattere devozionale. Rispetto a un esemplare rilegato nei secoli successivi, questa copia conserva una quantità assai maggiore di informazioni sulla propria storia d’uso.
























