Montanari, Giuseppe Ignazio –
Rime sacre. «… veniam petimusque damusque vicissim»
Faenza, presso Pietro Conti, con permesso, MDCCCXXIV [1824]
Prima edizione. In-8°, mm 200 × 135 circa; pp. 71, [5]. Il frontespizio non reca il nome dell’autore, che compare tuttavia esplicitamente a p. 4 nella dedica dell’opera all’«Illustrissimo e Reverendissimo» Stefano Bonsignore, vescovo di Faenza. Frontespizio tipografico con motto tratto dall’Ars poetica di Orazio e piccolo fregio ornamentale; testo impresso in romano e corsivo con semplici fregi tipografici di separazione. Legatura coeva in carta d’aspetto su cartoncino, esemplare ancora ben legato nonostante l’usura del dorso; carte sane e marginose, interessate da leggera fioritura. Esemplare di presentazione e di provenienza Pietro Odescalchi: alla seconda copertina dedica manoscritta «A Sua Eccellenza / Il Principe Odescalchi / Direttore del Giornale Arcadico / in segno di ossequiosa stima / L’Autore»; al frontespizio timbro-ex libris ovale «Pietro Odescalchi». La coincidenza tra dedica nominativa e marchio di possesso documenta l’effettiva appartenenza della copia al destinatario.
La prima edizione
Le Rime sacre costituiscono una delle primissime prove letterarie di Giuseppe Ignazio Montanari, pubblicate nel 1824 quando l’autore aveva appena ventitré anni. Il Dizionario Biografico degli Italiani le colloca espressamente all’inizio della sua produzione e ricorda un dato significativo della loro ricezione contemporanea: Salvatore Betti arrivò a preferirle agli Inni sacri di Alessandro Manzoni. Montanari aveva ottenuto nel 1823 la cattedra di umanità e retorica presso il ginnasio di Solarolo e proprio a questa fase giovanile appartiene la raccolta faentina.
Il chiarimento offerto dalla dedica di p. 4 è bibliograficamente importante. Il frontespizio è formalmente anonimo, ma l’attribuzione non dipende da fonti esterne o da una ricostruzione successiva: il nome Giuseppe Ignazio Montanari è dichiarato nell’apparato preliminare dello stesso volume. Si tratta dunque di un’edizione con frontespizio anonimo, non di un’opera anonima.
La dedica a Stefano Bonsignore
L’opuscolo è dedicato a Stefano Bonsignore, repertoriato nelle fonti anche nella forma Bonsignori, allora vescovo di Faenza. Nato nel 1738, uomo di vasta cultura teologica e letteraria, fu docente di retorica e teologia, dottore della Biblioteca Ambrosiana e successivamente vicedirettore della Biblioteca di Brera; designato vescovo di Faenza da Napoleone, fu confermato da Pio VII nel 1807 e resse la diocesi fino alla morte nel dicembre 1826.
La dedica acquista particolare significato considerando la formazione di Montanari. Il giovane autore aveva iniziato i propri studi proprio nel seminario di Faenza, ambiente nel quale si erano formati anche Vincenzo Monti e Dionigi Strocchi. Nel 1824 Bonsignore non era quindi un destinatario puramente cerimoniale: era il vescovo della città in cui il libro veniva stampato e una figura di primo piano della cultura ecclesiastica nella quale Montanari si era formato.
La personalità del presule rende inoltre la dedica coerente con il carattere dell’opera. Bonsignore possedeva una solida formazione umanistica, era noto come oratore sacro ed epigrafista e negli ultimi anni del suo episcopato si occupò del riordinamento del seminario faentino, alla cui biblioteca lasciò libri e manoscritti. Le Rime sacre si collocano dunque all’incrocio tra formazione retorica, cultura classica e religiosità cattolica che accomunava, pur in generazioni molto diverse, dedicatario e autore.
Il motto oraziano
Sotto il titolo compare il frammento «… veniam petimusque damusque vicissim», dal verso 11 dell’Ars poetica di Orazio: «questa libertà chiediamo e concediamo a nostra volta». È il passo immediatamente successivo al celebre principio secondo cui pittori e poeti hanno sempre goduto di una certa libertà creativa.
La citazione non è un semplice ornamento erudito. Nel 1824 Montanari è già docente di umanità e retorica e sceglie per la propria precoce raccolta poetica un motto che funziona quasi come dichiarazione programmatica e richiesta di benevolenza critica. Il dettaglio assume ulteriore interesse alla luce della successiva attività dell’autore, che nel 1849 pubblicherà una propria traduzione proprio dell’Arte poetica di Orazio.
Le poesie
Le pagine fotografate mostrano una raccolta di poesia religiosa costruita con gli strumenti formali della tradizione lirica classicista. Nell’Ode delle pp. 14-15 la Vergine viene presentata attraverso un progressivo crescendo di immagini di bellezza, luce, profumo e natura: «Chi è Costei che incede / In portamento altero», circondata da «cento verginelle», fino alla rivelazione conclusiva affidata all’Amore celeste: «Costei che vien per via, / Tu sei alma MARIA».
È una poesia devozionale ancora profondamente nutrita del linguaggio settecentesco: fiori, astri, rose, balsami, api, splendore, bellezza femminile e personificazioni mitologiche vengono trasposti in una dimensione cristiana. La religiosità non cancella quindi la cultura classica, ma la assume quale struttura retorica e figurativa.
Ancora più significativo è il componimento “I Fonti. Dialogo” a p. 33, nel quale prendono alternativamente la parola la «Fonte di Giove Licio» e la «Fonte di Apolline Tirseo». L’uso delle personificazioni, dei richiami mitologici e della forma dialogica mostra già quella concezione di un classicismo conciliato con la sensibilità cristiana che avrebbe caratterizzato la maturità critica di Montanari. Il Dizionario Biografico ricorda infatti come egli sarebbe rimasto estraneo al Romanticismo più radicale, perseguendo però un classicismo liberato dalle mitologie puramente decorative e temperato dal cattolicesimo.
Giuseppe Ignazio Montanari
Giuseppe Ignazio Montanari nacque a Bagnacavallo il 15 settembre 1801. Dopo gli studi nel seminario di Faenza e nel Collegio dei Nobili di Ravenna, completò la propria formazione tra Bologna e Roma e si laureò in diritto. Nel 1823, appena ventiduenne, ottenne la cattedra di umanità e retorica a Solarolo; l’anno seguente apparvero queste Rime sacre.
La sua carriera sarebbe poi proseguita attraverso le cattedre di Savignano, Pesaro e, dal 1842, del Collegio Campana di Osimo. Poeta, retore, traduttore dei classici, biografo e insegnante, Montanari legò soprattutto il proprio nome alle Istituzioni di rettorica e belle lettere, opera scolastica fortunatissima. Fu inoltre tra i primi a dedicare attenzione biografica a Giacomo Leopardi e intrattenne una vasta corrispondenza con letterati italiani. Morì a Osimo nel 1871, lasciando al Collegio Campana una biblioteca personale di circa 5.500 volumi.
Proprio perché le Rime sacre precedono quasi tutta questa attività, il piccolo volume ha il valore particolare di mostrare Montanari all’origine del proprio percorso intellettuale: sono già presenti Orazio, la retorica, il classicismo, la poesia cristiana e quella ricerca di riconoscimento negli ambienti letterari che avrebbe segnato tutta la sua carriera.
L’esemplare Odescalchi
Il valore specifico della presente copia è determinato soprattutto dalla dedica manoscritta alla seconda copertina: «A Sua Eccellenza Il Principe Odescalchi Direttore del Giornale Arcadico in segno di ossequiosa stima L’Autore». Il timbro ovale «Pietro Odescalchi» impresso al frontespizio conferma che il volume fu effettivamente acquisito e conservato dal destinatario.
Pietro Odescalchi (1789-1856) apparteneva a una delle maggiori famiglie della nobiltà romana ed ebbe un ruolo centrale nell’ambiente classicista della Restaurazione. Nel 1819 fu tra i fondatori e il principale finanziatore del Giornale Arcadico di scienze, lettere ed arti, che diresse per trentasette anni e che divenne uno dei principali centri italiani del dibattito tra classicismo e Romanticismo.
La dedica non rappresenta dunque un semplice omaggio mondano a un aristocratico. Montanari invia il proprio esordio poetico a uno dei principali mediatori della cultura letteraria romana, espressamente qualificato nella dedica come «Direttore del Giornale Arcadico». Il gesto assume il carattere di una vera presentazione dell’opera a un ambiente culturale al quale il giovane autore aspirava a collegarsi.
Montanari, Odescalchi e il Giornale Arcadico
Alla luce delle fonti, il rapporto acquista un interesse ancora maggiore. Montanari avrebbe infatti sviluppato negli anni un rapporto duraturo proprio con il Giornale Arcadico, espressione di quella cultura classicheggiante e aulica alla quale egli rimase sostanzialmente vicino.
Particolarmente suggestivo è il ruolo di Salvatore Betti. Il futuro estimatore delle Rime sacre era stato chiamato nel 1819 come precettore in casa Odescalchi ed era contemporaneamente uno dei principali collaboratori del Giornale Arcadico. Il fatto che Betti sia ricordato dalle fonti come talmente favorevole alle Rime sacre da preferirle agli Inni sacri di Manzoni e che questa copia sia stata inviata proprio a Odescalchi mostra quanto l’opuscolo circolasse nel cuore della rete classicista romana. Non dimostra da solo un passaggio materiale del presente esemplare attraverso Betti, ma documenta con notevole precisione l’ambiente nel quale la raccolta venne accolta.
Una doppia dedica
L’esemplare presenta quindi due livelli di dedica distinti ma complementari. La dedica tipografica a Stefano Bonsignore appartiene alla struttura editoriale dell’opera e colloca Montanari nel contesto religioso e culturale faentino; la dedica manoscritta a Pietro Odescalchi appartiene invece alla storia individuale di questa copia e documenta il tentativo del giovane poeta di entrare nel circuito nazionale della cultura neoarcadica e classicista.
È precisamente questa sovrapposizione a rendere l’esemplare particolarmente eloquente: Faenza e Roma, il vescovo e il direttore di rivista, la formazione ecclesiastica e la ricerca di legittimazione letteraria sono riuniti nello stesso piccolo libro.
Edizione e materialità
La stampa di Pietro Conti a Faenza è sobria e accurata, coerente con la natura di un opuscolo poetico destinato prevalentemente alla circolazione colta. Il frontespizio, arioso e privo di elementi figurativi, affida la propria eleganza al contrasto tra il titolo in maiuscole, il breve motto oraziano, il fregio centrale e l’indicazione tipografica. All’interno si alternano caratteri romani e corsivi; piccoli filetti e fregi scandiscono titoli e componimenti.
La carta mostra una tessitura evidente e mantiene buoni margini. La legatura coeva in carta d’aspetto, semplice e funzionale, conserva la fisionomia originale di pubblicazione e soprattutto la relazione materiale con la dedica manoscritta apposta alla seconda copertina. Il dorso presenta l’usura dichiarata, mentre il corpo del volume rimane ben legato; la leggera fioritura interessa varie carte senza compromettere la leggibilità o la generale genuinità dell’esemplare.
Rarità e provenienza
La rarità del titolo e quella dell’esemplare devono essere tenute distinte. Le Rime sacre sono una precoce e poco comune pubblicazione di Montanari, ricordata dalle principali fonti biografiche ma assai meno frequentemente reperibile delle sue opere retoriche e scolastiche posteriori.
La presente copia possiede però una qualità collezionistica autonoma e superiore: prima edizione, legatura coeva, dedica manoscritta dell’autore a Pietro Odescalchi, timbro di possesso dello stesso destinatario e presenza, nel testo, della dedica editoriale firmata da Montanari al vescovo Bonsignore. La provenienza non è quindi aggiunta posteriormente o ricostruita sulla sola base di un ex libris: è inscritta nella storia stessa della copia.
Perché è interessante oggi
Il volume permette di osservare in poche pagine un intero sistema culturale dell’Italia della Restaurazione. La poesia religiosa dialoga con Orazio e con la tradizione classica; un giovane professore romagnolo dedica la propria opera al vescovo che domina la scena ecclesiastica faentina e invia una copia a uno dei maggiori organizzatori culturali di Roma. Le Rime sacre anticipano inoltre temi destinati a rimanere centrali nell’attività di Montanari: retorica, classicismo, cristianesimo, educazione e polemica letteraria.
Perché è un acquisto consapevole
Una normale copia delle Rime sacre del 1824 avrebbe già interesse come rara testimonianza dell’esordio di Montanari. Questo esemplare aggiunge una provenienza di qualità eccezionalmente coerente con la storia intellettuale dell’opera: dedica autografa al principe Pietro Odescalchi, indicato espressamente come direttore del Giornale Arcadico, e suo timbro-ex libris al frontespizio. La presenza a p. 4 della dedica stampata e firmata a Stefano Bonsignore completa inoltre l’identificazione interna dell’autore e chiarisce la duplice rete, ecclesiastica faentina e letteraria romana, entro cui il libro nacque e circolò.












