Mareno, Pietro [Pietro Mareno Aleandro]
Compendio della stirpe di Carlo Magno et Carlo V. Imperatori; nel quale si comprende la variatione di fortuna; li mutamenti ne i regni; & altri grandissimi accidenti che nel mondo sono occorsi; da Noe insino à l’età nostra. Composta per l’eccellentissimo dottore delle pontificie & imperiali leggi, & prothonotario apostolico Messer Pietro Mareno.
Venetiis, apud Bernardinum de Bindonis Mediolanensis, MDXLV [1545]
Prima edizione, postuma. In-8°, mm 155 × 105 circa; cc. [8], 80 ma errori di foliazione. Frontespizio con privilegio veneziano decennale e grande marca tipografica xilografica di Bernardino Bindoni; otto capilettera xilografici istoriati, alcuni di grande formato e animati da vedute di città fortificate, architetture e figure. Piena pergamena rigida coeva, con tracce di antico intervento conservativo; ai piatti grande supralibros dorato cinquecentesco, composto da un leone accovacciato e retrospiciente entro ghirlanda vegetale, accompagnato superiormente da una stella. Al frontespizio antiche impressioni di possesso in rosso, tra cui un piccolo leone iconograficamente affine all’emblema della legatura. Esemplare di notevole carattere materiale e di particolare interesse per la provenienza. L’edizione è registrata in EDIT16 con il numero CNCE 23183.
La prima edizione
Il Compendio apparve nel 1545, cinque anni dopo la morte di Pietro Mareno Aleandro, oggi identificato con maggior precisione grazie agli studi biografici come umanista, giurista, ecclesiastico e uomo di curia vissuto tra il 1470 e il 1540. Fu dottore in diritto canonico e civile, protonotario apostolico, canonico in diversi capitoli dell’Italia nordorientale, arcidiacono del Cadore e vicario generale del cardinale Nicolò Ridolfi a Vicenza. La recente ricostruzione della sua biografia ha sottratto Mareno alla condizione di autore quasi “fantomatico” in cui era rimasto a lungo nella storiografia.
L’edizione veneziana nasce quindi come recupero postumo di un testo composto all’interno degli ambienti imperiali e curiali del primo Cinquecento. Il frontespizio insiste sulle qualifiche dell’autore — «dottore delle pontificie & imperiali leggi» e «prothonotario apostolico» — presentandolo non come semplice cronista, ma come uomo formato nella cultura giuridica e diplomatica dell’Impero e della Chiesa.
Le dediche e il progetto politico
L’apparato preliminare permette di leggere con particolare chiarezza il sistema di relazioni entro cui il volume fu concepito. Una dedica è rivolta a Cosimo de’ Medici ed Eleonora di Toledo, mentre la dedica dello stesso Mareno è indirizzata al «Serenissimo Principe Ferdinando Re di Romani, Ungaria & Bohemia, Archiduca d’Austria, Duca di Borgogna, Stiria et Carinthia, Conte di Tirolo et di Habsburg». Le fotografie mostrano inoltre il grande capolettera xilografico posto all’inizio di quest’ultima dedica.
Il libro si colloca dunque nel cuore della cultura politica asburgica e filoimperiale del 1545. La storia universale narrata da Mareno non è neutrale: la successione delle stirpi, la fortuna dei regni, le cadute e le restaurazioni vengono organizzate in modo da culminare nell’età di Carlo V e Ferdinando d’Asburgo, presentati come eredi di una continuità imperiale che affonda le proprie radici nell’antichità biblica e carolingia.
Da Noè a Carlo V
Il titolo dichiara esplicitamente l’ambizione dell’opera: ricostruire gli «accidenti che nel mondo sono occorsi» da Noè sino all’età contemporanea dell’autore. Il racconto procede attraverso genealogie, successioni dinastiche, guerre, divisioni territoriali e mutamenti di fortuna, intrecciando storia sacra, cronachistica medievale e tradizione genealogica rinascimentale.
In questa concezione Carlo Magno costituisce il grande precedente storico e simbolico dell’impero cristiano, mentre Carlo V rappresenta il punto di arrivo contemporaneo. Il Compendio appartiene quindi a quel genere di storiografia dinastica in cui genealogia e politica sono strettamente legate: dimostrare una continuità significa anche legittimare il presente. L’anno 1545, coincidente con l’apertura del Concilio di Trento, rende particolarmente significativa questa celebrazione dell’ordine imperiale in un’Europa attraversata da profondissime fratture religiose e politiche.
Pietro Mareno Aleandro
La figura di Mareno appare oggi assai più interessante di quanto lasciasse supporre la semplice qualifica di «giurista italiano» con cui viene talvolta liquidato nei cataloghi commerciali. Gli studi recenti lo identificano come Pietro Mareno Aleandro (1470-1540), umanista ed epigrafista, presbitero, canonico e uomo di governo ecclesiastico, attivo fra Aquileia, Cèneda, Cividale, Belluno, il Cadore e Vicenza.
La sua cultura giuridica spiega bene la struttura del Compendio: la storia viene osservata attraverso successioni legittime e illegittime, governi, guerre, rapporti fra sovrani e popoli, virtù dei principi e rovesci della fortuna. Non è una moderna storia critica, ma un testo perfettamente rappresentativo della cultura politico-genealogica dell’alto Rinascimento.
Gli otto capilettera xilografici
L’esemplare conserva otto capilettera xilografici istoriati, dato che va registrato con precisione perché alcune descrizioni di mercato ne indicano soltanto sette. In questa copia il riscontro materiale consente invece di stabilire il numero in otto.
Sono elementi grafici tutt’altro che accessori. Alcuni raggiungono dimensioni considerevoli rispetto al piccolo formato del volume e trasformano l’iniziale in una vera scena figurata. La grande B dell’apparato preliminare contiene un articolato paesaggio urbano, con mura, torri, porte e gruppi di edifici; altre iniziali mostrano analoghe vedute di città fortificate, mentre la grande C fotografata all’inizio del secondo libro racchiude entro la lettera personaggi, cavalieri e architetture.
Queste piccole xilografie possiedono una forza visuale particolare: il mondo urbano e militare che appare dentro le lettere dialoga direttamente con il contenuto del libro, fatto di regni, conquiste, città, eserciti e dinastie. Per il collezionista di tipografia cinquecentesca costituiscono uno dei motivi di maggiore attrazione dell’edizione.
La marca di Bernardino Bindoni
Al frontespizio domina la grande marca tipografica di Bernardino Bindoni, composta da una figura armata inserita in un medaglione ovale, circondato da un ricco apparato ornamentale e sormontato dall’aquila. Il marchio occupa un’ampia porzione della pagina e conferisce al frontespizio una presenza grafica nettamente superiore a quella di molte analoghe edizioni in piccolo formato.
Bindoni, originario del territorio milanese e attivo a Venezia almeno dal 1532, fu uno degli stampatori più versatili della città, lavorando sia autonomamente sia per altri librai ed editori. Nel decennio 1536-1546 ricevette numerose commissioni e stampò testi storici, religiosi e letterari di diversa destinazione.
Bernardino Bindoni e il bando del 1551
La vicenda del successivo allontanamento di Bindoni da Venezia merita una precisazione. Nel 1551 furono coinvolti nel procedimento Bernardino e il figlio Giovanni Antonio, non Alessandro. Il caso riguardava la diffusione senza la prescritta autorizzazione di un avviso relativo a un grave fatto di sangue avvenuto nella pineta di Ravenna. A seguito del processo degli Esecutori contro la Bestemmia, Bernardino, assente, venne bandito da Venezia per dieci anni e Giovanni Antonio per cinque.
L’episodio va inserito nel progressivo irrigidimento veneziano del controllo sulla stampa dopo il decreto del 1543, che vietava di stampare o vendere libri e fogli senza preventiva autorizzazione. La storia personale di Bindoni diventa così una piccola finestra sul delicato equilibrio fra straordinaria vitalità editoriale veneziana e crescente sorveglianza politica e religiosa.
La legatura
La piena pergamena rigida coeva rappresenta uno degli elementi più importanti di questo specifico esemplare. La superficie conserva la naturale patina della pergamena antica e mostra tracce di un intervento conservativo eseguito in epoca precedente; la struttura rimane tuttavia pienamente leggibile nella sua fisionomia cinquecentesca.
Al centro di entrambi i piatti compare un grande motivo impresso in oro. Più che uno stemma araldico completo, la formulazione corretta è quella di supralibros emblematico: un leone accovacciato, con il capo volto all’indietro, è racchiuso entro una doppia ghirlanda di foglie; nella parte superiore compare una stella, mentre due rami vegetali oltrepassano il limite superiore della corona.
La qualità dell’impressione, l’impostazione rigidamente simmetrica e l’uso dell’oro sono pienamente coerenti con una legatura di rappresentanza cinquecentesca. In assenza di uno scudo, di una legenda o di iniziali identificative, l’emblema non consente ancora un’attribuzione sicura a una famiglia o biblioteca determinata, ma costituisce senz’altro un elemento di provenienza di notevole interesse.
I marchi di possesso
Ancora più intriganti sono le impressioni in inchiostro rosso visibili sul frontespizio. Accanto a segni alfabetici o monogrammatici e a una piccola stella compare, nella parte inferiore sinistra, un piccolo animale leonino. La sua impostazione richiama chiaramente il leone impresso in oro sui piatti, pur non essendo identico nella forma.
La compresenza dei due sistemi di marcatura — supralibros dorato all’esterno e segni rossi all’interno — suggerisce una forte probabilità che essi appartengano alla stessa storia di possesso. È un dato particolarmente interessante per la provenienza dell’esemplare, anche se l’identità del proprietario resta da documentare. Una futura identificazione dell’emblema potrebbe trasformare questa copia in un esemplare di provenienza nominativamente riconoscibile.
L’esemplare
Il piccolo formato rende il volume particolarmente maneggevole e accentua il contrasto tra la sobrietà materiale della pergamena e la ricchezza dell’apparato xilografico. Le fotografie mostrano una stampa generalmente nitida, carta di buona consistenza e inchiostrazione vigorosa; le iniziali conservano finezza nei dettagli delle architetture, delle mura e delle figure.
La qualità collezionistica dell’esemplare non dipende quindi da un solo fattore. Concorrono insieme la prima edizione postuma, gli otto capilettera istoriati, la marca di Bindoni, la pergamena coeva, il supralibros dorato e i marchi di proprietà in rosso.
Rarità
Il Compendio del 1545 è una cinquecentina non comune, ma censita in raccolte pubbliche e bibliografie specialistiche; non va quindi qualificata genericamente come «introvabile». È registrata da WorldCat e nel censimento EDIT16 come CNCE 23183. Il mercato antiquario conferma però una presenza sporadica con riferimenti per una copia ordinarie, non per una copia di provenienza con decorazione dorata cinquecentesca.
Perché è interessante oggi
Il volume permette di osservare in modo quasi esemplare come il Rinascimento costruiva la storia: genealogia, Bibbia, cronaca, memoria carolingia e propaganda asburgica confluiscono in un’unica narrazione che conduce da Noè a Carlo V. Il lettore moderno può così confrontarsi direttamente con il modo in cui l’autorità politica cercava nel passato una giustificazione del presente. A ciò si aggiungono l’interesse per la cultura del 1545, l’universo politico degli Asburgo e dei Medici e la grande stagione della stampa veneziana.
Perché è un acquisto consapevole
Una copia ordinaria del Compendio è già interessante come rara cinquecentina storica di piccolo formato. Questa copia offre però molto di più: otto capilettera xilografici, legatura coeva in pergamena, importante supralibros dorato e antichi marchi proprietari rossi che sembrano dialogare iconograficamente con il leone dei piatti. È quindi un oggetto bibliografico nel quale testo, illustrazione, tipografia e provenienza conservano ancora una forte unità storica.
























