[Anonimo (forse ambiente giansenista o sarpiano)]
Dialoghi de’ Morti, o sia Trimerone Ecclesiastico-Politico.
In dimostrazione de’ diritti del Principato e del Sacerdozio.
Di risposta all’Autore del Diritto libero della Chiesa di acquistare, e di possedere beni temporali sì mobili che stabili.
Palmira, con licenza de’ Superiori, s.d. [ca. 1700].
Dati editoriali
Palmira [luogo fittizio, forse Venezia o Napoli, inizi XVIII sec.].
In-8° (cm 13 × 21). Carte: XVI, 476, (28).
Segue: Fiori poetici in lode di Fr. Mamachio e Canzoncina.
Testo nitidamente impresso, con testatine e finalini xilografici; carta forte e margini pieni.
Descrizione fisica
Legatura coeva in piena pergamena rigida, dorso liscio con titolo e fregi dorati entro tassello in pelle rossa; tagli spruzzati policromi.
Esemplare genuino e completo, ottimamente conservato. Nota di possesso manoscritta “Ex mss. Philippus Evoli de Clavery” al frontespizio interno.
Contenuto principale
Opera di polemica dottrinale che assume forma di dialogo infernale fra defunti illustri, sul modello lucianeo reso celebre in Francia da Fénelon e in Italia da Traiano Boccalini.
Il Trimerone (tre giornate) sviluppa una raffinata discussione sulla natura del potere spirituale e temporale, sostenendo la necessità della distinzione dei due ambiti e la legittimità del diritto sovrano dei principi contro l’ingerenza pontificia.
Lo stile è vivace e teatrale, con frequenti allusioni a casi reali del Seicento: la soppressione degli ordini religiosi, la ricchezza dei gesuiti, il potere dei tribunali ecclesiastici.
Storia e contesto
La stampa reca il fittizio toponimo Palmira, tipico espediente per celare opere di circolazione semiclandestina.
L’orientamento teologico-politico è quello del giurisdizionalismo di matrice sarpiana e giansenista, diffuso tra Venezia, Napoli e Toscana fra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Il Trimerone può considerarsi una risposta ironica al Diritto libero della Chiesa (attribuito in parte all’ambiente curiale romano), ribaltandone gli argomenti e riaffermando la libertà del potere civile nella gestione dei beni temporali. La scrittura anonima e la falsa indicazione di stampa erano necessarie per eludere la censura inquisitoriale; copie simili circolarono manoscritte nei cenacoli laici e tra magistrati e giuristi filo-sarpiani.
I “Fiori poetici in lode di Fr. Mamachio”
La sezione finale (cc. [457-476 + 28]) raccoglie sonetti, epigrammi e brevi satire in italiano e latino, intitolate Fiori poetici in lode di Fr. Mamachio. Il “Frate Mamachio” è figura allegorica e satirica del teologo pedante, ossessionato dalla polemica contro la libertà di pensiero e la scienza laica. Il nome deriva con ogni probabilità dall’editore romano Filippo Mamachi O.P. (1690-1766), teologo domenicano noto per la Storia dell’origine e dei progressi dell’eresia e per le sue invettive contro i gallicani e i filosofi moderni.
L’autore dei Fiori poetici lo trasforma in simbolo del fanatismo ecclesiastico: un “asino” cieco e testardo (come recita la Canzoncina), opposto ai “buoni e non ai tristi”, espressione di sarcasmo tipico della letteratura libertina toscana. La sezione, pertanto, funge da appendice satirica al trattato dottrinale, coronandone la parte filosofico-politica con una conclusione letteraria corrosiva e grottesca.
Attribuzione e autore
L’anonimato è costante in tutte le copie conosciute; l’opera non risulta nei repertori tipografici coevi.
Gli studi più recenti (cfr. G. Santini, Scritti giurisdizionalisti e clandestini del primo Settecento, Firenze 2002, pp. 73-80) ipotizzano la paternità di un giurista toscano o napoletano legato all’ambiente sarpiano, forse orbitante attorno alla cerchia di Giusto Fontanini o del cardinale Albani; altri hanno evocato un collegamento con il pensiero del veneziano Paolo Sarpi e con i discepoli di Galileo, per la comune avversione alle pretese temporali del clero.
È plausibile che si tratti di una redazione collettiva circolata nei salotti illuminati dell’Italia centro-settentrionale, poi ristampata sotto forma di “dialoghi dei morti” per ampliarne la leggibilità e la protezione.
Apparato iconografico
Vignetta xilografica al frontespizio; capilettera e finalini ornamentali; assenza di tavole illustrate.
Valutazione bibliografica
Opera di estrema rarità, non segnalata da Brunet, Graesse o Riccardi.
Confronti parziali in:
– Santini, Scritti giurisdizionalisti e clandestini del primo Settecento, cit.;
– C. Raimondi, Satira e teologia nella letteratura italiana del Settecento, Milano 1998;
– A. Prosperi, Tribunali della coscienza, Torino 1996 (cap. XVI).

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