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San Matteo apostolo ed evangelista, ispirato dall’angelo

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Anonimo incisore francese, edito da Henri II Bonnart, San Matteo apostolo ed evangelista ispirato dall’angelo. Parigi, rue Saint-Jacques, presso l’insegna del Coq, circa 1685–1705; incisione su rame con coloritura coeva e dorature, foglio mm 325 × 220. Completa dell’ampia didascalia biografica e dell’antica annotazione manoscritta «Banquier».

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San Matteo apostolo ed evangelista, ispirato dall’angelo

Anonimo incisore francese, edito da Henri II Bonnart, St. Matthieu, Apostre et Evangeliste, Parigi, rue Saint-Jacques, presso l’insegna del Coq, fine del XVII secolo, verosimilmente circa 1685–1705; incisione su rame a bulino e acquaforte con coloritura coeva e diffuse lumeggiature dorate; foglio mm 325 × 220, completo dell’indirizzo editoriale, del titolo e dell’ampia stampa didascalica al piede; antica annotazione manoscritta «Banquier». Ottima copia, con impressione nitida e buona marginatura.

Identificazione dell’opera

Il soggetto è indicato dal titolo impresso sotto la parte figurata:

St. Matthieu, Apostre, et Evangeliste.

L’incisione raffigura san Matteo, uno dei dodici apostoli e tradizionale autore del primo Vangelo canonico. Il santo è rappresentato seduto, con il libro aperto sulle ginocchia e la penna nella mano destra, mentre una figura alata gli indica il cielo e sembra guidarlo nella composizione del testo.

La figura angelica non è soltanto un assistente soprannaturale: costituisce l’attributo iconografico specifico dell’evangelista. Matteo è infatti associato all’uomo alato, uno dei quattro esseri viventi della visione di Ezechiele e dell’Apocalisse, interpretati dalla tradizione cristiana come simboli degli evangelisti.

Editore e luogo di pubblicazione

Ai lati inferiori della figurazione si legge:

Chez HBonnart rue S.t Jacques
au Coq. Avec privil.

Il foglio fu quindi pubblicato a Parigi da Henri II Bonnart, nella rue Saint-Jacques, presso l’insegna del Coq, con privilegio reale.

Henri Bonnart, nato a Parigi nel 1642 e morto nel 1711, fu pittore, incisore, disegnatore, editore e mercante di stampe. La sua bottega divenne particolarmente nota per le figure a corpo intero, le immagini di moda, i ritratti di personaggi contemporanei e i soggetti religiosi destinati alla devozione privata.

La produzione con l’indirizzo Chez H. Bonnart, rue Saint-Jacques, au Coq, avec privilège è documentata nelle principali raccolte francesi. Il Louvre conserva opere riferite a un anonimo incisore francese ed edite da Henri Bonnart, realizzate ad acquaforte e bulino e accompagnate dal medesimo indirizzo.

Non essendo visibile una firma distinta, l’opera deve essere catalogata prudentemente come incisione anonima francese pubblicata da Henri II Bonnart, senza attribuire automaticamente allo stesso editore l’esecuzione materiale della matrice.

Datazione

L’attività di Henri II Bonnart, il carattere del disegno, la grafia delle iscrizioni e la tecnica della coloritura collocano il foglio fra l’ultimo quarto del XVII e i primissimi anni del XVIII secolo.

La datazione più plausibile è circa 1685–1705, mantenendo come riferimento principale la fine del Seicento.

Il privilegio reale e l’indirizzo completo indicano una tiratura ufficiale destinata alla vendita autonoma. È possibile che il foglio appartenesse a una serie dedicata agli apostoli, agli evangelisti o ai principali santi della Chiesa, ma in assenza di numerazione e di un confronto con l’intera sequenza è preferibile non attribuirlo a una raccolta specifica.

Trascrizione della didascalia

Il testo francese al piede può essere trascritto:

Fut d’abord Publicain de profession, et quitta son bureau, pour suivre J. Christ par lequel il fut appellé à l’Apostolat. Ce fut à Jerusalem qu’il écrivit son Evangile, dont l’original Hebreu s’est perdu. Quoyque quelques Historiens l’ayent mis au nombre des Martyrs, On ne scait rien de precis sur sa mort. Clement Alexandrin temoigne qu’il ne vivoit que de legumes.

In traduzione:

“Fu dapprima pubblicano di professione e lasciò il proprio banco per seguire Gesù Cristo, dal quale fu chiamato all’apostolato. Fu a Gerusalemme che scrisse il suo Vangelo, il cui originale ebraico è andato perduto. Sebbene alcuni storici lo abbiano annoverato fra i martiri, non si conosce nulla di preciso circa la sua morte. Clemente Alessandrino testimonia che si nutriva soltanto di legumi.”

La didascalia riunisce elementi evangelici, tradizioni patristiche e notizie agiografiche. Particolarmente interessante è la prudenza con la quale affronta la morte dell’apostolo: invece di presentare come certa una leggenda di martirio, dichiara apertamente la mancanza di informazioni precise.

La nota manoscritta «Banquier»

Sotto la didascalia compare la parola:

Banquier

La grafia sembra manoscritta e antica, non impressa dalla matrice. Deve quindi essere distinta dal titolo e dal testo editoriale.

La nota fu probabilmente aggiunta da un antico possessore per tradurre in termini più immediati la professione di publicain. L’equivalenza non è però esatta: Matteo non era propriamente un banchiere, ma un esattore o appaltatore delle imposte.

L’annotazione costituisce una curiosa testimonianza della storia collezionistica del foglio. Mostra come un antico lettore abbia cercato di interpretare e sintetizzare il contenuto della didascalia.

Dal punto di vista catalografico, la formula corretta resta quindi “san Matteo, già pubblicano ed esattore delle imposte”, mentre Banquier deve essere segnalato come antica glossa manoscritta.

Matteo e Levi

Nei Vangeli di Marco e Luca il pubblicano chiamato da Cristo viene indicato con il nome di Levi, figlio di Alfeo; nel Vangelo di Matteo è invece chiamato Matteo.

La tradizione cristiana ha identificato le due figure, interpretando il cambiamento del nome come segno della trasformazione spirituale avvenuta dopo la chiamata.

Matteo esercitava la propria attività presso il banco delle imposte di Cafarnao. Gesù lo vide e gli disse: “Seguimi”. Il pubblicano si alzò, lasciò il banco e divenne uno dei Dodici.

La scena della vocazione ha avuto enorme fortuna nella storia dell’arte, soprattutto dopo la celebre interpretazione di Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. L’incisione di Bonnart non rappresenta però la chiamata, ma il momento successivo della scrittura evangelica.

Il pubblicano

Nella società giudaica del tempo di Cristo i pubblicani erano figure controverse. Riscuotevano imposte e dazi per conto dell’autorità romana o di appaltatori locali e venivano frequentemente accusati di arricchirsi attraverso richieste superiori alle somme dovute.

Per tale ragione erano spesso associati ai peccatori e considerati collaboratori del potere straniero. La scelta di Cristo di chiamare un pubblicano fra gli apostoli possedeva quindi un forte significato religioso: nessuna condizione sociale o colpa precedente impediva la conversione.

La didascalia riassume questo passaggio mediante l’espressione “quitta son bureau”, “lasciò il proprio banco”. Il tavolo del fisco viene abbandonato e sostituito dal libro del Vangelo.

San Matteo evangelista

La tradizione ecclesiastica attribuisce a Matteo il primo dei quattro Vangeli canonici.

Il testo è particolarmente attento al rapporto fra la vita di Cristo e le profezie dell’Antico Testamento. Gesù viene presentato come il Messia promesso a Israele e come il nuovo Mosè, legislatore del popolo cristiano.

Il Vangelo si apre con la genealogia di Cristo secondo la discendenza umana da Abramo e Davide. Proprio questa attenzione all’umanità e all’Incarnazione spiega l’associazione iconografica di Matteo con l’uomo alato. Il Fitzwilliam Museum ricorda che tale simbolo deriva dall’apertura genealogica del suo Vangelo.

Il presunto originale ebraico

La didascalia afferma che Matteo scrisse il proprio Vangelo a Gerusalemme e che l’originale ebraico andò perduto.

Questa notizia riflette una tradizione antica, derivata dalle testimonianze patristiche secondo le quali Matteo avrebbe composto una raccolta di parole o un Vangelo nella “lingua degli Ebrei”.

La ricerca moderna considera il Vangelo canonico di Matteo un testo greco, costruito anche attraverso l’utilizzo del Vangelo di Marco e di altre fonti. Non è possibile stabilire se alla base vi fosse un precedente testo ebraico o aramaico effettivamente scritto dall’apostolo.

Il riferimento inciso è dunque prezioso come testimonianza della cultura biblica seicentesca, ma non deve essere presentato come conclusione filologica definitivamente accertata.

La morte dell’apostolo

La didascalia osserva:

On ne scait rien de precis sur sa mort.

“Non si conosce nulla di preciso sulla sua morte.”

È un’affermazione sorprendentemente cauta per una stampa agiografica del Seicento. Diverse tradizioni collocano la predicazione di Matteo in Etiopia, Persia o altre regioni dell’Oriente e descrivono differenti forme di martirio: decapitazione, trafittura, lapidazione o morte sul rogo.

La mancanza di una tradizione univoca spiega perché nell’incisione non compaiano né la spada né l’alabarda, attributi talvolta utilizzati per evocare il suo martirio.

La stampa privilegia la funzione di evangelista rispetto a quella di martire. Libro, penna e uomo alato sono sufficienti a definirne l’identità.

Clemente Alessandrino e l’alimentazione

La parte finale della didascalia riferisce che Clemente Alessandrino testimoniava come Matteo vivesse cibandosi esclusivamente di legumi.

Il riferimento deriva dalla letteratura cristiana antica, nella quale una dieta priva di carne veniva interpretata come segno di austerità apostolica e dominio delle passioni.

Tale notizia contribuiva a presentare Matteo come modello di sobrietà. Non riguarda direttamente l’iconografia della composizione, ma completava il profilo morale offerto al lettore.

Le fonti storiche ricordano effettivamente che Clemente Alessandrino veniva citato in relazione all’alimentazione vegetariana di Matteo e alle tradizioni contrastanti sulla sua morte.

Analisi iconografica

Matteo è raffigurato seduto sopra un basamento, con il grande libro aperto sulle ginocchia. La penna è tenuta nella mano destra, mentre la sinistra sostiene le pagine.

Il corpo è disposto diagonalmente e il capo si volge verso l’uomo alato. Il santo sembra aver interrotto la scrittura per ascoltare l’ispirazione divina.

L’angelo si inclina verso di lui e appoggia una mano sul libro. Con l’altro braccio indica il cielo, creando una linea ascensionale che collega il testo evangelico alla sua fonte soprannaturale.

La scena non mostra l’evangelista completamente assorto nel lavoro: costruisce un dialogo visivo fra autore, messaggero celeste e parola scritta.

L’uomo alato

La figura che accompagna Matteo ha corpo umano, grandi ali e aspetto giovanile. A differenza di un piccolo putto decorativo, possiede dimensioni quasi equivalenti a quelle del santo e partecipa attivamente alla composizione.

Il gesto della mano posata sul libro può indicare il passo da scrivere o la trasmissione dell’ispirazione. L’indice rivolto verso il cielo ribadisce che il messaggio evangelico non nasce dalla sola capacità intellettuale dell’autore.

Nella tradizione del tetramorfo, l’uomo alato distingue Matteo dal leone di Marco, dal bue di Luca e dall’aquila di Giovanni. La National Gallery ricorda che libro, penna e calamaio sono i suoi principali attributi di scrittore, mentre l’uomo alato è il simbolo proprio dell’evangelista.

Il libro

Il volume aperto è grande e pesante, con pagine dai bordi evidenziati in oro. Sul foglio destro si distinguono alcune righe incise, sufficienti a suggerire la presenza della scrittura senza riprodurre un testo compiuto.

Il libro occupa il centro della composizione e costituisce il punto nel quale convergono le mani di Matteo e dell’angelo.

La sua monumentalità trasforma il Vangelo in un oggetto quasi architettonico. Non è semplicemente un attributo, ma il vero fulcro narrativo dell’immagine.

Accanto al santo sono visibili altri volumi e blocchi rettangolari. Potrebbero essere libri chiusi, elementi architettonici o sedili; la loro forma stabilisce comunque un rapporto fra la solidità della costruzione e l’autorità del testo sacro.

La penna

Matteo tiene nella mano destra una lunga penna, resa con pochi segni netti. La punta è rivolta verso il basso, come se il santo fosse pronto a riprendere la scrittura dopo aver ascoltato l’angelo.

La penna forma una diagonale opposta a quella del braccio alzato dell’accompagnatore. Le due linee collegano simbolicamente il cielo alla pagina.

Le dita sono incise con particolare cura e mantengono chiaramente leggibile il gesto, nonostante le ridotte dimensioni.

L’aureola

Il capo di Matteo è circondato da una grande aureola con lunghi raggi dorati.

Il disco interno, relativamente semplice, viene ampliato da una corona radiante che occupa buona parte della zona superiore sinistra. La doratura accentua l’effetto luminoso e distingue immediatamente il santo dalla figura alata.

Anche le ali dell’uomo sono impreziosite da pigmento metallico, ma in forma più contenuta. Ne risulta una precisa gerarchia: l’angelo trasmette l’ispirazione, mentre Matteo è il santo investito della missione apostolica.

L’ambientazione

La scena è collocata in uno spazio aperto e difficilmente identificabile. Matteo siede accanto a bassi blocchi, libri o strutture murarie; sul fondo compaiono terreno, vegetazione e un corso d’acqua.

L’ambientazione potrebbe evocare genericamente la Palestina o il luogo della predicazione. Non offre tuttavia elementi topografici sufficienti per un’identificazione.

La scelta di un paesaggio essenziale evita che lo sfondo sottragga attenzione al rapporto fra l’evangelista, l’angelo e il libro.

La coloritura coeva

La coloritura manuale è particolarmente ricca. Il blu domina nella veste di Matteo; il rosso intenso caratterizza il grande mantello decorato; il rosa è impiegato nell’abito dell’angelo; verdi e giallo-ocra definiscono il paesaggio e gli elementi minori.

Le vesti dell’uomo alato sono lasciate in parte al colore naturale della carta e animate mediante sottili strisce rosse. Tale soluzione crea un interessante contrasto con le campiture compatte indossate dall’apostolo.

Le carnagioni presentano leggere velature rosate sulle guance. Le stesure lasciano visibile il segno inciso e mostrano quelle minime variazioni proprie di un intervento manuale.

Sulla base delle fotografie, i pigmenti appaiono coerenti con una coloritura antica e plausibilmente coeva.

Le dorature

L’oro è impiegato nell’aureola, nei raggi, nei bordi delle ali, nelle profilature delle vesti, nelle decorazioni del mantello e lungo la cornice.

Particolarmente elaborato è il mantello rosso di Matteo, sul quale le lumeggiature metalliche seguono volute e motivi vegetali. Il tessuto acquista così un aspetto prezioso, quasi liturgico.

Le dorature non costituiscono una semplice aggiunta ornamentale. Creano un percorso luminoso che dall’aureola scende verso il libro e prosegue lungo il mantello, sottolineando la trasmissione della parola divina.

Tecnica incisoria

La matrice è lavorata mediante una combinazione di acquaforte e bulino.

Il bulino è riconoscibile nei volti, nei capelli, nelle barbe e nelle mani, modellati attraverso segni minuti e regolari. L’acquaforte sembra prevalere nelle vesti, nelle ali e nel paesaggio, dove il tratto appare più libero.

Il mantello di Matteo presenta una complessa sovrapposizione di trama incisa, colore rosso e decorazioni dorate. Le ali dell’angelo sono costruite attraverso file ordinate di penne, ciascuna definita da sottili linee interne.

L’impressione conserva una buona intensità e le linee risultano nitide. Non emerge un appiattimento marcato della matrice, elemento coerente con una buona tiratura antica.

La stampa didascalica al piede

Il foglio conserva integralmente il titolo, il testo biografico e l’indirizzo di Henri Bonnart.

La didascalia non si limita a identificare il santo, ma ne riassume la professione, la vocazione, la composizione del Vangelo, l’incertezza sulla morte e l’austerità alimentare.

Dalle fotografie, la fascia testuale sembra appartenere a un antico montaggio o a una sistemazione editoriale della parte inferiore. La verifica del verso potrebbe stabilire se sia stata stampata contestualmente alla figurazione oppure anticamente applicata.

In entrambi i casi il testo è originale, completo e coerente con la pubblicazione Bonnart. La sua conservazione accresce sensibilmente l’interesse documentario dell’esemplare.

Stato dell’opera

La composizione è completa nella figura, nell’uomo alato, nel libro, nell’aureola, nella doppia cornice, nell’indirizzo editoriale e nel testo didascalico.

Il foglio presenta buona marginatura, alcune lievi pieghe antiche nella parte inferiore, minimi punti di ossidazione e una piccola perforazione nel margine superiore, esterna alla figurazione.

La superficie conserva un’impressione nitida. I colori rimangono intensi e le dorature sono ancora ben percepibili, soprattutto nell’aureola, nelle ali e nel mantello.

L’antica annotazione Banquier è completa e leggibile. Non si osservano lacune sostanziali o abrasioni importanti nella scena.

Lo stato può pertanto essere definito ottimo e completo, con fisiologici segni del tempo e interessante annotazione manoscritta al piede.

Perché è interessante oggi

L’incisione offre una rappresentazione monumentale e particolarmente decorativa di san Matteo, costruita attorno al dialogo fra parola scritta e ispirazione divina.

Il testo al piede conserva una curiosa sintesi della cultura biblica e patristica del Seicento, mentre la glossa Banquier documenta il modo in cui un antico possessore reinterpretò la professione del pubblicano.

L’opera è indicata per raccolte dedicate agli evangelisti, all’iconografia cristiana, alla storia del libro e della scrittura, alla produzione della bottega Bonnart o alle incisioni francesi con coloritura antica.

Perché è un acquisto consapevole

Il soggetto e l’editore sono identificati dalle iscrizioni originali. L’uomo alato, il libro e la penna confermano iconograficamente l’identità di Matteo.

La scheda distingue correttamente i dati evangelici dalle successive tradizioni sulla lingua del Vangelo, sull’alimentazione e sulla morte dell’apostolo. Anche la parola Banquier viene riconosciuta come annotazione manoscritta e non confusa con il titolo della stampa.

La completezza del testo, la coloritura coeva, le diffuse dorature, la buona marginatura e la ricchezza del gruppo figurativo sostengono un apprezzabile valore collezionistico.

 

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